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17/01/2018
SFIDA ALL'ITALIA

La sfida all'Italia del "nuovo ordine internazionale"

 

La stagnazione secolare è un problema molto serio da riuscire a superare. C’è da chiedersi se i partiti in campagna elettorale ne sono coscienti.

Altri colleghi su questa testata hanno sottolineato come l’accordo raggiunto nella Repubblica Federale per dare vita a una Grande Coalizione è una buona notizia per la Germania e per l’Unione europea, ma nasconde, al tempo stesso, trappole e sfide per l’Italia (uno degli "anelli deboli” dell’Ue).

Le trappole sono quelle di un programma di governo - quello tedesco - imperniato sulla riduzione simultanea di imposte e di debito pubblico (realisticamente fattibile, dato che al di là delle Alpi e del Reno in questi lustri sono stati accumulati avanzi attivi di bilancio, della bilancia dei pagamenti e della bilancia commerciale). Con una fattibile riduzione di imposte e di debito, la Germania si appresta a correre ancora di più del 2,2-2,5% degli ultimi tempi e avrà poca simpatia per chi è rimasto indietro. Ora dagli ammonimenti si passa alla sfida? Il governo che verrà istituito sulla base dei risultati delle elezioni del 4 marzo sarà in grado di fare uscire il Paese dalla "stagnazione secolare” che ci attaglia da decenni? E con quali politiche economiche?

Due autorevoli economisti (Grace Taylor e Rod Tyers) ricordano, in un saggio appena apparso su Economic Record che il termine "stagnazione secolare” è stato riesumato di recente da Lawrence (Larry) Summers per indicare come l’integrazione economica internazionale sposta la crescita verso le economie emergenti e che quelle aree economiche e quei Paesi che meno si sono adattati a quello che è "un nuovo ordine internazionale” sono destinati a soffrire di più.

L’Italia è in questo gruppo anche a ragione dell’invecchiamento della popolazione, della scarsa natalità, della frammentazione del sistema produttivo e dalla lenta accumulazione di capitale umano - tutti temi che vanno oltre il consolidamento della finanza pubblica e che richiedono un lungo periodo di stabilità per effettuare le necessarie e improcrastinabili riforme della struttura dell’economia.

 

Un lavoro recentissimo della Banca d’Italia (ne sono autori Claire Giordano, Gianni Toniolo e Francesco Zollino) esamina le tendenze e prospettive a lungo termine della produttività italiana, forse l’indicatore più eloquente in materia di "stagnazione secolare”.

Sulla base di dati aggiornati sul valore aggiunto e sul lavoro dal 1861 al 2016, l’analisi mostra che l’Italia ha avuto una bassa crescita della produttività dall’unificazione all’età giolittiana e agli anni Venti. Successivamente c’è stato un forte processo di rilancio rispetto ai Paesi leader in progresso tecnologico in cui è stato effettuato un forte trasferimento del fattore lavoro dall’agricoltura all’industria e ai servizi. La crescita della produttività è durata sino all’inizio degli anni Settanta, com’è avvenuto in altri Paesi, ma il rallentamento, prima, e la stagnazione, poi, della produttività dall’inizio degli anni Novanta non è dovuta unicamente alla crescita del settore dei servizi a bassa tecnologia (in alcuni anni l’evoluzione della produttività del lavoro è stata addirittura negativa), ma soprattutto al declino dell’accumulazione di capitale.

Dal 2013, c’è qualche segnale di leggero miglioramento della produttività. Occorre incoraggiarlo con politiche appropriate.

Pubblicata dal 17/01/2018 15:37:42